Nel cuore della materia (M. Calvesi)

Sebbene pietre, frammenti di meteore, geodi, a cui spesso Sanna si ispira, siano quanto di più statico e fisso si possa immaginare, sembra che l’artista voglia rispondere alla provocazione del peso e dell’inerzia per cogliere, anche nelle forme apparentemente più ferme, quell’essenza vitale del movimento che è in realtà il leitmotiv della sua immaginazione. Questo movimento è reso con lo sgranarsi dei piani, come di concrezioni che si sfaldino, e naturalmente dalla luce, che nel suo alternarsi alle zone più scure e nel cercare la mediazione nel grigio, imbastisce uno spazio pulsante. In esso i piani avanzano e arretrano; si articolano secondo un dinamismo (“universale”) forse non del tutto immemore di una remota radice boccioniana, ma lontano da ogni attivo intervento dell’uomo e contemplato nel cuore della materia, in un mondo anzi ancora disabitato, primigenio, che è il solo spettatore di se stesso.

Sanna è un pittore astratto non perché abbia eliminato gradualmente la figura, ma perché il suo immaginario è quello appunto di un universo vergine, dove nessuna figura ha ancora stampato la propria ombra e dove il principio della vita aleggia nella sua misteriosa, pura essenza.

A volte i suoi dipinti hanno titoli di danze, ma i ritmi che in essi sono evocati lo sono ugualmente nei più muti paesaggi pietrosi, o nei “campi magnetici”, o nei flussi d’acqua, o nella danza del polline mosso dal vento, o in quella sottile movimentazione di corpuscoli sospinti dall’onda della luce, che vanno sotto il titolo di Bisanzio: quasi evocando la magia luminosa del mosaico, che potrebb’essere una forma di pittura antica prediletta da Sanna, in quanto fatta di piccole pietre cui la luce comunica animazione.

Anche quando la materia si aggrega e si sfalda diversamente, a strati più larghi o quasi lamine più nette e taglienti, con vibrazioni più corpose, il ritmo non rallenta, anzi intensifica la propria frequenza: percuote e sparge le forme o le frastaglia come nelle più recenti composizioni, simili a fiori metallici che s’aprono alla dolce violenza di un’inseminazione; e somigliano a strane stelle, liberamente cadute sul nostro pianeta portando con sé il sibilo di spazi inattingibili per l’uomo.

 

Maurizio Calvesi

Professore Emerito di Storia dell’arte, Università “La Sapienza”, Roma